Tra Stoicismo e Psicologia

06.05.2026

Tra Stoicismo e Psicologia

Ieri sono andato a trovare mia madre. Dopo cena, con mia sorpresa, mi ha raccontato che ultimamente, alcune sere, mio fratello le leggeva delle lettere di Seneca, dal libro Lettere a Lucilio, per aprire insieme un piccolo spazio di riflessione alla fine della giornata.

Così è stato anche ieri, e questa è la riflessione che ne è nata.

Seneca scrive che il saggio possiede già tutto dentro di sé, e lo illustra con un racconto crudele: Stilpone, dopo la conquista e il saccheggio della città di Megara da parte di Demetrio Poliorcete, perde moglie e figli. Eppure, uscendo dalla città, ride. Quando il conquistatore gli chiede come possa non essere distrutto da tale tragedia, Stilpone risponde che tutto ciò che è veramente importante lo aveva già dentro di se.


Qualche tempo fa, una simile affermazione mi avrebbe lasciato completamente indifferente, ma ieri un piccolo timore è risalito dentro di me: come si fa a non soffrire di fronte a una perdita così enorme? L'amore per la famiglia può restare, certo, ma le perdite sono insanabili e lasciano un vuoto. La psicologia moderna direbbe che questo vuoto va affrontato: elaborarlo permette di crescere e di rafforzare la propria personalità altrimenti vorrebbe dire vivere da dissociati, vivere con una frattura interna.

Il pensiero è tornato a questi dubbi psicologici, quando ho letto come Seneca approfondisca un'idea di Epitteto: i saggi non hanno bisogno di amici. Epitteto sosteneva che la felicità dei saggi non dipende dagli altri, mentre Seneca riteneva che gli amici siano desiderabili. Tuttavia, aggiunge che, se si perde un amico, una relazione lunga non dà più gioia di una nuova conoscenza. Mai disperare.

Da un punto di vista psicologico, questa posizione, simile alla precedente, potrebbe sembrare insensibile, come se il valore delle persone fosse pari a zero e gli uni fossero intercambiabili con gli altri. Ma Seneca ci risponde con chiarezza: chi si circonda di amici per ricevere aiuto, protezione o prestigio rischia di restare solo. L'amico vero si desidera per donargli tutto quello che si ha, per sacrificarsi per lui. In questo senso, anche se si perde, l'amore resta dentro di noi; la relazione, vissuta con questo spirito, non sarà mai superficiale o indifferente. E dunque il timore dell'insignificanza, della dissociazione decade davanti alla profondità con cui dobbiamo moralmente vivere le relazioni. Anzi, spesso è proprio la superficialità delle relazioni a creare traumi, dissociazioni e incomprensione a chi gli sopravvive

Così, umanità, ricordo e perdita vanno di pari passo. Chiudersi nella mancanza, nel lutto o nell'idea che una persona sia insostituibile rischia di idealizzarla: proiettiamo desideri e paure senza vivere pienamente la relazione, con tutte le trasformazioni, gli attriti e il divenire che essa comporta. Seneca ci ricorda anche che molte paure non si realizzano e molti desideri non portano felicità; la cosa migliore è accettare il proprio destino, come sottolinea anche Rick Du Fer nel suo libro Il pensiero incoraggiante.


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