La cicala e la formica: una riflessione sugli archetipi

Nel canto di Clever Gold, La cicala, non si ode solo l'eco fabulistica di Esopo, ma un'apocalisse intima dell'esistenza umana: due archetipi si fronteggiano nel giardino dell'essere, la cicala e la formica, incarnando le due potenze che si contendono la nostra anima. La cicala, che non semina né miete, che non accumula scorte per l'inverno imminente, è la figura del carpe diem catulliano, quel vivere il presente come un'eternità profana, svuotata dal peso del domani. Essa canta, e nel suo canto si dispiega l'amore – non come possesso o durata, ma come pura esposizione alla gioia fugace. Vive in un tronco d'albero, alla maniera di un san Francesco, fratello del sole e del vento, sapendo che l'inverno verrà, che la sua storia d'amore si spegnerà nel gelo. Eppure, proprio per questo, la cicala sospende il tempo: toglie lo scorrere lineare (t) dalla formula dell'attesa, arresta la velocità che porta al futuro (v=s/t) per non arrivare mai al punto (s) della separazione. Il suo amore è un hic et nunc messianico, una pausa nel dispositivo del tempo cronologico, dove l'esistenza si fa nuda vita amorosa, esposta senza riserve alla bellezza che muore.
La formica, al contrario, è l'archetipo della zoē sottomessa al bios sociale, quella vita qualificata dagli obblighi, dal lavoro incessante che accumula per il domani. Essa incarna la logica della società – contribuisci o perisci o sfrutta–, recludendo i sentimenti nell'ambito domestico del riposo, dopo le fatiche del giorno. Non canta, non ama in pubblico; il suo cuore è un ripostiglio per l'inverno, dove l'amore si riduce a mera sopravvivenza, a un calore domestico che non sfida il freddo esterno. nel brano si annida la tensione Wertheriana (i dolori del giovane Werther - Ghoete) nel canto della cicala e nella condapevolezza della fine e dell'inverno mentre per la formica si annida il meccanisco Marxiano della bestialità domestica ove l'autoconservazione implode in pulsione di morte, perché il lavoro perpetuo, nel suo ritmo ossessivo, nega l'istante dell'amore per inseguire un futuro che è già necrosi. La formica non vive l'amore come eros liberatorio, ma come dovere rinviato, confinato al privato, dove il desiderio si spegne in una routine che prepara solo la fine.Ma in ognuno di noi questi archetipi coabitano, in una lotta originaria che Agamben chiamerebbe stasis interna: la cicala ci spinge al venire meno dell'io sociale, a una decrescita amorosa che dissolve il tempo nell'eterno presente dell'abbandono; la formica ci lega al dispositivo della produzione, dove l'amore è solo un lusso posticipato, un riposo dopo il sudore. L'amore della cicala, struggente perché destinato all'inverno – alla vecchiaia, alla morte –, è l'impossibilità stessa di goderne pienamente, ostacolata dalla tirannia dell'autoconservazione. Essa sa che l'inverno non è solo stagione, ma l'ombra heideggeriana del Dasein finito, il punto in cui società e natura si coalizzano per spegnere il canto. Eppure, proprio in questo struggimento risiede la redenzione: sospendere il tempo non è negarlo, ma renderlo inoperoso, come nel tempo che resta di Agamben, dove l'amore si fa gesto etico contro la baestialità del calcolo.Così, La cicala di Clever Gold non è morale didascalica, ma parabola ontologica: ci invita a scegliere, o meglio, a ospitare entrambe le parti in una forma-di-vita ibrida, dove il canto della cicala irrompe nel formicaio, e il lavoro si fa danza amorosa. L'inverno verrà comunque; ma fino ad allora, perché non cantare?
