CONAN IL BARBARO: OVVERO L'ILLUSIONE DELLA CIVILTÀ
30.09.2025

Conan il Barbaro è il frutto di un conflitto profondo nel cuore di Robert E. Howard: un conflitto tra civiltà e barbarie, tra apparenza e verità. Howard, cresciuto in Texas, teatro dello sfruttamento del petrolio e della frontiera, osservava l’uomo scavare nella terra per arricchirsi, costruire città, stabilire strutture — ma vedeva anche la fragilità, il vuoto che queste strutture non riescono a colmare. Per lui la civiltà è sottile pelle che nasconde qualcosa di più antico, qualcosa di più brutale e reale.
Una volta scrisse: «Barbarianism is the natural state of mankind. Civilization is unnatural. It is a whim of circumstance. And barbarianism must always ultimately triumph.» E altrove: «The more I see of what you call civilization, the more highly I think of what you call savagery!» Queste non sono esclamazioni epiche soltanto: sono riflessioni esistenziali, pezzi del mondo interiore di Howard che diventano carne nei suoi eroi, in Conan.
Il padre di Howard era medico, sempre in viaggio all'inseguimento delle opportunità lavorative: senza una radice, una casa stabile.Nei suoi vari spsotamenti tra le neonate città del Texas trascina la moglie ed il figlio; la moglie aveva gravi problemi di salute ed il figlio di solitudine perché continuandosi a spostare non riuscira a stringere amicizie. Howard non socializza, non trova appartenenza nel mondo esterno: costruisce un io interiore fatto di letture, immaginazione, silenzi. Conan, suo alter ego immaginario, vive in questo doppio: appartiene al mondo rumoroso della barbarie e allo stesso tempo ha dentro di sé il silenzio, l’atto contemplativo che la civiltà spesso nega. Al contrario dell'autore il suo personaggio viaggerá nel mondo libero, solo con un paio di stivali ai piedi e conoscerá culture e popolazioni stimolanti.
Howard meditava anche sull’esistenza, non come dato acquisito, ma come possibilità di illusione: la vita, la memoria, il dolore, la gioia, il male e la bellezza possono apparire separati, distinti, ma forse sono già vissuti in qualche altro tempo, in qualche altro sé. Nei suoi testi compaiono sentimenti di déjà vu cosmico (indotti anche dal loto nero), illusioni di mondi sfumati, fantasmi del passato (stimolato dall'amicizia con Lovecraft) che tornano nei racconti oscuri. Uno dei suoi aforismi dice: «Life is but a web spun of ghosts and dreams and illusions.» e «I have gone into yesterday and tomorrow and both were as real as today — which is like the dreams of ghosts.»
In questa prospettiva, Conan sembra sapere queste cose nei suoi silenzi come farebbe un animale: accetta che l’esistenza possa essere illusoria, ma non per questo meno vera. Quando incontra crudeltà, quando contempla la violenza della natura o la voracità degli uomini che sfruttano risorse, non reagisce con la delusione di chi credeva nella perfezione, ma con la serenità di chi riconosce la verità primigenia nascosta sotto le maschere. In molti racconti Howard scrive che sotto la pelle della civiltà, se la si scalfisce, si trovano mani rozze, desideri antichi, l’istinto animale: «break the skin of civilization and you find the ape, roaring and red-handed.»
Conan si muove, viaggia, non si ferma in un luogo che possa contenerlo definitivamente. Il suo trono, Aquilonia, è conquistato ma non lo completa: lui non è assorbito dal potere, perché la sua verità è personale, originaria. Il potere è un travestimento, un’esperienza tra le tante di un io che ha già visto molto, che ha già vissuto dolore e piacere, forse in molte forme, forse in molte esistenze immaginarie o ricordate. Forse nelle poesie della madre, forse nella memoria cosmica che Howard intuisce, Conan percepisce tutto questo: vive nel mondo reale della barbarie e accetta il velo dell’illusione perché sa che sotto quel velo la verità è sempre emersa.
Conan è il guerriero che non fugge dal silenzio, che non si ritrae davanti alla possibilità che esistiamo solo come sogno, ma che nel sogno combatte, amministra, vive. Ed è in questa accettazione silenziosa, in questa saggezza animalesca, che sta la sua grandezza. La barbarie non è un regresso, ma una radice. La civiltà può essere illusione, ma essa non le costringe a negare la verità dell’io profondo.
